È solo un pantografo

È solo un pantografo

Parlando di modelli, il pantografo di una locomotiva o di un’elettromotrice è un elemento importante che contribuisce a dare alla macchina quel giusto aspetto. Se sovradimensionato, errato oppure storto la locomotiva cambia faccia. Eppure vien da dire “è soltanto un pantografo”.

L’importanza dei dettagli non si sottolinea mai abbastanza e la riproduzione corretta di un pantografo è senza dubbio un elemento fondamentale da tenere presente. Come per tutto il resto si fa in fretta a non pensare allo studio e alla progettazione che c’è dietro all’oggetto in questione, ci si ferma solo all’aspetto. E che ci vuole a riprodurre un pantografo? In fondo è soltanto un pezzo di ferro con qualche molla. Invece ciò che si vede è solo la punta dell’iceberg perché per ottenere un lavoro fatto bene c’è dietro una lungo studio e una lunga progettazione fatta di disegni, foto, compromessi modellistici inevitabili e tante, ma tante prove fino ad ottenere il risultato che una volta montato sull’imperiale di una locomotiva ci fa dire “è lei”.

Già perché il pantografo non deve soltanto essere il più fedele possibile alla realtà soprattutto al giorno d’oggi dove il fermodellista è sempre più esigente, deve anche funzionare ovvero deve potersi sollevare e nella piccola realtà in scala deve poter seguire il “su e giù” dell’andamento del filo di contatto.

Ci sono innumerevoli produttori che hanno a catalogo fior di pantografi già belli e fatti, ma non di tutte le tipologie naturalmente. I pantografi dei miei modelli non esistono sul mercato e sono tutti disegnati a computer e realizzati in fotoincisione di alpacca, tondini di ottone e un paio di micromolle. Si parte con una buona documentazione fotografica, qualche disegno originale (dove possibile) e poi tanta progettazione con programmi di grafica vettoriale e tridimensionale per verificare la funzionalità dei componenti. Tutto prima di preparare i file definitivi che andranno al fotoincisore per la realizzazione delle lastre e che 1 volta su 3 non andranno bene dato che il disegno non è mai l’oggetto finale e c’è sempre un margine di errore più o meno macroscopico dove anche pochi micron influiscono sul risultato corretto. Tutto ciò costringe spesso ad aggiustare gli errori e rifare le lastre, con buona pace del portafogli.


Poi arriva la parte più bella, cioè il montaggio. Tutti gli elementi che compongono il pantografo vengono tagliati dalla lastra, puliti e piegati prima di venire assemblati per dare forma all’oggetto e non è una cosa che si fa in cinque minuti. Molto lavoro manuale fatto di pinze, lime, tenaglie e occhiali con lenti ingrandenti indispensabili specialmente durante la posa delle micromolle. Nei miei pantografi nessun elemento richiede saldatura, solo alcuni dettagli non meccanici sono incollati con colla cianoacrilica e la prova della resistenza è ormai collaudata e assodata. La dimostrazione è data dai numeri: è capitato solo a 1 pantografo ogni 150 che si staccasse un isolatore.




Ora il pantografo “al rustico” è pronto ma prima di passare alla verniciatura, rigorosamente a spruzzo, viene collaudato piuttosto energicamente per verificarne la resistenza. Poi tocca a una spruzzata di primer e alla verniciatura, rossa nel mio caso. Soltanto dopo 24 ore il pantografo viene rimaneggiato e collaudato di nuovo sempre energicamente, infine viene lucidato lo strisciante e colorati gli isolatori.








Quindi, per farla breve, il pantografo di una locomotiva o di un’elettromotrice in scala, artigianale o meno, in realtà non è mai “soltanto un pantografo”, bensì il frutto di uno studio impegnativo e complesso specialmente se deve garantire un risultato che unisca estetica e funzionalità…
Cortesemente non diffondere le foto senza citarne la fonte, grazie.

Currently On My Stereo: SLOWDIVE “ONE HUNDRED TIMES”